La fuga dei giornalisti televisivi dalla tv

Di il 02 Aprile, 2025
Joy Reid 2018 free photo Flickr
Negli Stati Uniti, diversi noti conduttori, da Jim Acosta a Joy Reid, hanno lasciato i loro programmi - o sono stati spinti a farlo. E ora portano il loro pubblico su Substack e YouTube

Il cambiamento delle linee editoriali e il rimpasto nelle grandi redazioni americane, sempre più alle prese con l’ingerenza del governo di Washington, sta portando diversi giornalisti – soprattutto televisivi – a lanciare i propri canali, soprattutto su Substack e YouTube.

In modo molto più sistematico e risoluto rispetto al suo primo mandato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato guerra alle testate critiche nei suoi confronti, arrivando a sospendere gli accrediti stampa dell’Associated Press alla Casa Bianca, a chiudere Voice of America e alle emittenti sorelle e a insultare il direttore dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg, per il caso rinominato Signalgate.

Alcune emittenti, per evitare di andare allo scontro aperto con l’amministrazione e intercettare nuove categorie di pubblico meno interessate all’attualità politica, hanno modificato il palinsesto, spostando l’orario di alcuni programmi e cancellandone altri.

Diversi giornalisti, contrari al ridimensionamento delle loro trasmissioni e al cambiamento della linea editoriale o, più semplicemente, licenziati, invece di cambiare rete, hanno lanciato nuovi show in maniera indipendente.

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Jim Acosta, ex conduttore della trasmissione Cnn Newsroom with Jim Acosta, ha lanciato il Jim Acosta Show su Substack. Foto: Wikimedia Commons.

Substack, la resistenza

È lampante il caso di Jim Acosta, uno dei giornalisti più noti della Cnn – nonché una delle voci più critiche nei confronti di Trump.

L’amministratore delegato della rete, Mark Thompson, gli aveva comunicato l’intenzione di spostare il suo programma, tra i più seguiti dell’emittente, dalle dieci della sera a mezzanotte.

Acosta ha rifiutato e se ne è andato.

Pochi giorni dopo, ha annunciato l’apertura del suo profilo Substack, dove ha lanciato il nuovo Jim Acosta Show, che oggi conta quasi 300mila iscritti.

A febbraio, la Msnbc ha cancellato The ReidOut, una trasmissione di punta condotta dalla famosa giornalista Joy Reid.

Anche Reid, sottolinea Npr, ha sempre criticato le posizioni dell’attuale governo, contestando in particolare lo smantellamento delle pratiche di diversità, equità e inclusione e le posizioni di Washington sulla guerra nella striscia di Gaza.

E anche Reid, come Acosta, è passata a Substack, dove il suo account, Joy’s House, è seguito da 125mila persone.

La piattaforma per le newsletter si è ormai trasformata in un social media ed è cresciuta molto, arrivando a raccogliere cinque milioni di abbonati paganti a marzo – un milione in più rispetto allo scorso novembre.

Come ha evidenziato il suo cofondatore Hamish McKenzie, uno dei motivi di questo aumento è dovuto “all’instabilità politica”, in cui “le persone cercano nuove opinioni, spinte dall’intensa polarizzazione fra sentimenti pro e anti-Trump”.

Huge Blow to Elon as Liberal Wins Big in Swing State Supreme Court Race by The Bulwark

Read on Substack

La decisione di inserire la funzione per lo streaming su Substack ha attirato i conduttori sulla piattaforma che, però, era già una meta prediletta per molte firme.

Un esempio è Jennifer Rubin, che, come decine di suoi colleghi, ha lasciato nell’ultimo anno e mezzo il Washington Post a seguito della forte ingerenza del proprietario Jeff Bezos e dell’amministratore delegato Will Lewis sulla linea editoriale del quotidiano.

Rubin – con posizioni molto critiche nei confronti di Trump – ha inaugurato la sua newsletter, The Contrarian. Oggi viene spedita a circa 545mila persone.

Lo scorso febbraio, Chris Cillizza – un ex analista politico del Washington Post e della Cnn, che ha scelto di aprire i propri canali già nel 2023, dopo essere stato licenziato dalla rete di Atlanta – ha analizzato le dieci newsletter più seguite su Substack in quel momento.

Cinque – Bulwark, Contrarian, Zeteo, MeidasTouch, e Joyce Vance – sono apertamente anti-Trump.

La prima, The Free Press, è di orientamento conservatore, ma, specifica Cillizza, più nella sua opposizione alla cultura woke che per i valori espressi.

L’ex giornalista della Cnn ha quindi esaminato la probabile futura top 10 di Substack – composta da nomi come lo stesso Jim Acosta Show, Steady dell’ex anchor della Cbs Dan Rather e l’account dell’ex segretario del Lavoro democratico Robert Reich.

Di nuovo, tutti oppositori delle politiche dell’attuale amministrazione.

Secondo Cillizza, Substack deve evitare di diventare un social media simile a Bluesky, che ha rappresentato il rifugio per molti esponenti progressisti in fuga da X.

Invece di ospitare soltanto “la resistenza” da Trump, sostiene, dovrebbe puntare a offrire punti di vista diversi, così da favorire un dibattito civile e costruttivo.

Ma come quella che è una piattaforma di newsletter possa promuovere questo programma non è dato sapere.

A spingere Substack in questa direzione potrebbero essere quindi gli stessi autori e commentatori che la usano.

Motivo per cui giornalisti come lo stesso Cillizza e l’ex reporter di Puck, Tara Palmeri, vogliono usare i loro canali per fare informazione in modo obiettivo e distante da qualsiasi affiliazione partitica e ideologica.

In generale

La fuga dei giornalisti tv dalla televisione è comunque una tendenza che va oltre le posizioni politiche.

Oltre ad Acosta, Reid e Rather, scrive il New York Times, un altro nome noto agli spettatori americani e non solo è Don lemon, ex anchor della Cnn, che ha aperto il suo profilo su Substack dopo aver pubblicato le proprie dirette su YouTube per un anno.

Dalla Cnn provengono anche l’esperto di legge Norm Eisen, le croniste Jessica Yellin ed Elise Labott, la giornalista televisiva Alisyn Camerota e lo stesso Cillizza.

Alcune personalità nel campo dell’informazione hanno poi scelto di fondare le proprie società, senza passare da Substack, come nel caso della presentatrice conservatrice Megyn Kelly e dell’ex conduttrice di Cbs Evening News Katie Couric.

Ci sono diversi pro e contro.

Casi come Couric dimostrano che, con un nome di peso costruito in anni di televisione e poche decine di dipendenti, si può arrivare ad avere milioni di follower e piena libertà sui propri prodotti.

Dall’altra parte, ha sottolineato Cillizza in un post su LinkedIn, senza il sostegno di una grande testata – con rare eccezioni – non si hanno a disposizione gli stessi mezzi tecnici per registrare e pubblicare contenuti di alta qualità, non ci sono benefit economici e agevolazioni e non si può contare su esperti marketing che supportano la creazione e la diffusione dei programmi.

È l’alto prezzo da pagare per non dover rendere conto a nuovi direttori ed editori da cui si è troppo distanti.

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Journalist writing on European politics, tech, and music. Bylines in StartupItalia, La Stampa, and La Repubblica. From Bologna to Milan, now drumming and writing in London.

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