Il divieto di TikTok negli Stati Uniti non conviene a nessuno

Di il 25 Marzo, 2025
TikTok ban US created ChatGPT
Le big tech concorrenti non vogliono esporsi per evitare di inimicarsi governi stranieri e utenti dell'app. A entrambi i partiti, per ragioni diverse, il silenzio fa altrettanto comodo

La legge che imponeva il divieto di TikTok negli Stati Uniti a meno che la divisione americana non fosse venduta a un acquirente locale era stata approvata a maggioranza bipartisan in Congresso e confermata dalla Corte Suprema a gennaio. Eppure, da quando il presidente Donald Trump ha emanato un ordine esecutivo che proroga l’entrata in vigore della norma al 5 aprile, nessuno – o quasi – ha protestato.

Secondo Axios, il motivo deriva dai vari interessi economici e politici in gioco.

Da un lato, i competitor che beneficerebbero di più dalla chiusura dell’app cinese sono Meta, Google – che possiede YouTube – e Snap – proprietaria di Snapchat.

In particolare, secondo un’analisi dell’agenzia GroupM citata dal Financial Times, se TikTok fosse vietato negli Stati Uniti, metà dei ricavi pubblicitari dell’app cinese – in totale tra i 15 e i 20 miliardi di dollari – si sposterebbero tra il gruppo di Zuckerberg e Alphabet.

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Foto: Pexels.

Arma a doppio taglio

Nonostante l’apparente guadagno, sottolinea Axios, i rischi superano i potenziali benefici.

Spingere perché la legge venga applicata o fare causa potrebbe infatti rappresentare un’ottima scusa per governi stranieri – soprattutto in Paesi rivali, non contenti della presenza di piattaforme statunitensi – per vietare a loro volta YouTube e i social media di Meta entro i propri confini.

Non è poi chiaro come reagirebbero gli affezionati utenti di TikTok, che in diversi casi hanno manifestato contro la sua chiusura, a un ruolo proattivo dei concorrenti nel vietare l’app.

Molti di loro potrebbero punire questo atteggiamento decidendo di non trasferirsi su altri social media, riducendo così la loro potenziale acquisizione di nuovi iscritti.

Politica concorde

C’è poi da chiedersi dove siano finiti tutti quei membri del Congresso – la maggioranza – che avevano votato per l’approvazione della legge sul divieto di TikTok.

Nel caso dei repubblicani, sottolinea la testata statunitense, è logico pensare che il controllo e la deferenza verso Trump – e dei suoi collaboratori, alcuni dei quali hanno tutto l’interesse a evitare la chiusura dell’app – abbiano influito sul loro silenzio.

Gli esponenti del partito democratico, invece, oltre a dover fare i conti con una situazione difficile e una spaccatura interna, potrebbero aver valutato che esporsi in modo plateale per la chiusura di un social media utilizzato da 170 milioni di americani – la maggior parte dei quali giovani o futuri votanti – non sarebbe una mossa azzeccata sul piano elettorale.

Alla Casa Bianca questo silenzio fa comodo, evidenzia Axios. Se nulla di eclatante dovesse accadere da qui al 5 aprile, una volta raggiunta la scadenza Washington e Pechino potrebbero questa situazione di stallo come elemento di scambio nell’ambito dei più ampi negoziati sui rapporti commerciali e i dazi.

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L’ex sede centrale di Oracle a Redwood City, in California. Nel 2020, la compagnia ha spostato il suo quartier generale a Austin, in Texas. Lo scorso anno, Larry Ellison ha annunciato un nuovo spostamento della sede a Nashville, in Tennessee. Foto: Wikimedia Commons.

Dieci giorni alla scadenza

Intanto, però, i giorni passano e il tempo stringe.

Più le settimane trascorrono in silenzio più aumenta la possibilità che, in caso non si arrivi un accordo nei tempi, Trump possa prorogare di nuovo l’entrata in vigore della legge attraverso un nuovo ordine esecutivo – sottolinea Axios.

A fine gennaio, il presidente aveva dichiarato ai giornalisti in viaggio con lui sull’Air Force One che avrebbe preso una decisione entro un mese.

Le tempistiche non sono state rispettate ma questa non è una novità, dato il costante flusso costante di notizie – spesso fra loro discordanti – provenienti da questa amministrazione, una vera ed efficace strategia comunicativa.

In quella stessa occasione, Trump aveva infatti dichiarato che fra i tanti potenziali acquirenti, di certo “non c’era Oracle”.

Oggi, a due mesi di distanza, la società fondata da Larry Ellison sembra la più accreditata per finalizzare un’operazione di acquisto – anche se nel ruolo di partner tecnologico, con quote di minoranza.

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